A mia madre

Questa mattina frugando tra vecchi fogli ho ritrovato questa lettera che scrissi a diciassette anni, quando tutto mi era chiaro e io non lo sapevo ancora.

A mia madre

I giorni passano. I tempi si accorciano. Le storie si riempiono.
Di quella bambina è rimasto solo un ricordo sbiadito, che a volte scappa fuori dalle tue labbra. E fa ridere anche se sa di marcio. Io non sono più lei, mamma.
Non sono più quella che la sera andava a dormire coi sogni sfatti e i piedi caldi. Con le storie che raccontavi. Con i baci sulla fronte.
Non vivo più sotto al tuo vestito, quello che sapeva proteggermi. Che mi faceva sentire al sicuro.
Tu eri la regina del castello, io ti guardavo con gli occhi da cerbiatto e facevo da contorno alle tue idee. Esistevano solo quelle, creavano la mia verità.
Avevi sempre le parole giuste, perché gli errori non li conoscevi. E volevi che anch’io non li conoscessi. Mi volevi infallibile. Come te.
Volevi la figlia coi capelli ordinati e le idee composte. Volevi che poggiassi i piedi a terra. Sempre. Volevi che avessi le mani pulite.
Poi gli anni hanno fatto il loro gioco. Mi hanno preso i pensieri e li hanno resi miei. Solo miei. Non sono più quella bambina. Quella che ti somigliava tanto.
Adesso sembriamo tu il giorno e io la notte, una da vivere, l’altra da sognare. I tuoi piedi hanno radici profonde e ti incatenano a suolo. Io non li so piantare a terra perché il vento li sposta.
Il tuo mondo è ordinato. Hai tutto bene in vista, hai tutto al suo posto. Il mio gioca a nascondino. A volte non si fa trovare.
La tua strada è ben asfaltata, con tante case attorno. La mia non si chiama neanche strada, è un sentiero dissestato con gli alberi ai lati, e con valzer improvvisati di foglie ingiallite.
Il tempo mi ha scompigliato capelli e pensieri. E ha spazzato via certe tue frasi, e quel segno a matita che avevi con cura tracciato sulla mia storia. E le tue orme ben marcate sulla strada che avevo da fare.
Adesso quella strada è un foglio pallido. Lascerò nuove impronte. Più piccole. Più insicure. E metterò le mie paure nero su bianco. Poi verrò da te. Ti racconterò le mie parole. E ti parlerò di come i sogni vanno inseguiti. Ti insegnerò a coltivare la felicità. A dire sì al cuore.
La vita non si impara sui libri di scuola. Quelli parlano di atri e ventricoli. Di vene e arterie.
Le mie storie invece raccontano i battiti. Raccontano il rumore che fa l’amore. Il sapore che ha.
Ti porterò al mare. Tu non mi ci portavi mai, perché quell’acqua salata ti arrossava gli occhi. Ti sapeva di pianto. E tu non potevi piangere, perché le donne come te non piangono.
E poi ti chiederò di ascoltare il mio silenzio. Perché sa dire più di quanto pensi.
Lasciami inseguire la mia vita. Lasciami scrivere. È il destino che ho deciso di colorare. Di rendere vero.
I pensieri di carta rimangono. Le tue teorie, invece, sanno perdersi facilmente. Forse perché nessuno le vuole davvero trovare. Neanche tu. Ma ti ostini a vivere quello che è scritto. Io al contrario so fare ballare le parole. So farle girare a mio piacimento. Se qualcosa va male strappo la pagina e ricomincio.
Vivo le vite che voglio. Seguo a passi lenti quell’inchiostro che parla di me. E perdo tutti i rancori. È più facile così.
Esco e non mi copro. E non ti sento, neanche se gridi.
A te la morte fa paura. Per me è solo un’invenzione di Dio per porre limiti alla vita. Ma chi scrive non ha limiti. Perché le parole non sanno fermarsi. E io voglio scrivere. Non voglio mettere radici, voglio essere petalo in preda ai venti.
Io non sono quel fazzoletto che mi mettevi sulle gambe per non sporcare a terra quando mangiavo. Io sono le briciole che mi cadevano dalle mani.
Ho un coraggio bambino che cresce ogni giorno. Che oggi mi spinge a dirti le parole che avevo chiuse nell’anima.
Le ho scritte perché tu possa veder ei pensieri chiari davanti a te. Perché tu il disordine non lo capisci.
Questa sono io. In tutte le parole che non ti ho detto mai.

 

gustav-klimt
Gustav Klimt, dettaglio di “Le tre età della donna”, 1905

 

 

 

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