Londra

Negli anni della mia permanenza a Londra l’immagine che più di tutte mi tentava era quella della nostalgia. Tutto cominciava la sera, accanto a una pila di libri sfatti e una lampada dalla luce smorzata per via di un panno arancio che la ricopriva per metà. L’intera stanza portava addosso i toni dell’arancione e del rosso spento, e i muri bianchi abbandonavano il tono austero del giorno per concedersi una pausa insolita. La finestra era sempre un po’ dischiusa, anche d’inverno, e io respiravo l’aria gelida e pura dal centro del letto, prima di cedere al sonno.

Non c’erano odori. Per me Londra non odorava di niente, abituata com’ero a bere l’aria a sorsi sotto il caldo torrido dell’estate siciliana. Nel paese da dove venivo tutto odorava. La terra bagnata. I pini. La cucina di domenica mattina. Mia madre. Mentre lì il vento si vendeva a pacchetti dagli ombrellai per strada. La brezza si confezionava. E alla pioggia ci si abituava troppo in fretta per carpirne l’aroma.

Tutto era piatto e immobile, quasi irreale. E in quell’atmosfera priva di nerbo, mi ritrovavo, seppure inconsciamente, a tracciare le linee che mi avevano condotta fino a lì.

C’è sempre un momento in cui tracciamo linee e contorni della nostra esistenza, e il più delle volte accade quando realizziamo di non avere una direzione. Era quella, che avevo perso a Londra.

Tutti correvano. In maniera incessante e continuata. Nessuno spazio era concesso al pensiero, e il tempo si allungava e si accorciava in un universo di inconsapevole serenità. Tutti andavano. E i discorsi finivano e iniziavano allo stesso modo, con la stessa cadenza regolare. Con le stesse risposte e le stesse domande. Era una danza non intervallata che si ripeteva ciclicamente ogni giorno. E che per qualche strana coincidenza, aveva coinvolto anche me per quasi due anni. Il caffè allungato era diventato quasi buono, il freddo a tratti piacevole e l’accento inglese sorprendentemente più morbido.

Se non fosse stato per sere come quella avrei detto senza rammarico che la mia vita a Londra era quasi felice.

Ma quando mi trovavo lì, in quelle ore lente e vuote, sporta la testa sull’andirivieni inconsapevole della città, presa dal desiderio intimo della conoscenza e della ricerca del senso, un attimo dopo ripresa la vista, e lontana dalle strade della città in tumulto, in quel finire del giorno, vedevo la mia storia piccola e insignificante, muta accanto alle altre.

E ferma, una volta bloccato quel movimento privo di senso del giorno, prendevo appunti su questo e quel pensiero che balenavano alla mente senza sosta, e premevano sugli occhi e sul cuore come quelle domande a cui non sappiamo dare una risposta.

Senza un filo logico, saltavo fra i pensieri e avvolgevo con lo spago alcuni di essi per provare a legarli tra loro.

Tutto era immancabilmente umano. Accadeva. E la meraviglia non si manifestava mai se non nella sua assenza in quelle sere.

E alla fine del giorno non rimaneva che l’inizio di un altro, e poi ancora il suo finire in un’algebra naturale di variabili e costanti sempre identiche a se stesse.

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