Camden Town

Coi pensieri intorpiditi dal freddo, costeggiavo il canale che conduceva al mercato di Camden affacciando di tanto in tanto lo sguardo sui barconi colorati che ne contornavano i bordi. Il leggero increspare dell’acqua accompagnava i miei passi e ne rallentava il ritmo. Quell’allungarsi improvviso del tempo irradiava tutt’intorno di un silenzio fittissimo. Il cielo era uno sciame di nuvole, eppure tutto brillava. Pure le facciate di mattoni spenti che avevo visto ogni giorno si ricoprivano, quella mattina, di una certa dolcezza di forme dal contorno mellifluo. Provavo, in quello spazio surreale, una strana sensazione di felicità, un momento di stupore superfluo sul quale si rovesciavano senza logica desideri abbozzati e pensieri senza nome.

Arrivai a Camden con questo stato di eccitazione negli occhi.

Rasentai il muro con lo sguardo basso, impegnandomi a centrare con la punta del piede i quadrucci di pietra che si allungavano lungo tutto il perimetro dello Stable Market.

Quel budello contorto di bancarelle e commercianti ululanti aveva ormai il volto familiare della via di casa. Ne conoscevo a memoria le viuzze, le scorciatoie, le botteghe, gli angiporti più angusti, le scale rovinate dal tempo, le facce usurate degli artigiani, i capelli rossiviolablu dei passanti e le cicatrici di china sui loro corpi. Alcune foglie secche e smangiate dal vento si raccoglievano a terra in danze circolari sotto al ritmo di un vecchio inno militare proveniente dal camioncino dei churros all’angolo. L’aria era gelida, saturata dal puzzo di fritto e dal fumo delle braci di legna e carbone dei chioschetti ambulanti. Alzando poco lo sguardo, in prossimità dell’Old Time, si vedevano sempre dei panni bianchi stesi su un filo di nylon appeso per le estremità a un palo di ferro arrugginito da un lato e a un tendone color porpora dall’altro. Il contrasto di colori era quello che più mi entusiasmava di quel posto. Anche d’inverno, quando tutto s’ingrigiva e perdeva il suo incanto, Camden era un trionfo di tonalità accese, diverse tra loro, un carnevale perenne mai uguale a sé stesso.

Quel giorno, per esempio, all’orda di tinte che riempivano quel luogo, se ne aggiunse una che prese a infilarsi nella rientranza tra una mattonella e l’altra, in un rivolo acceso che mi accarezzò le scarpe. Dimentica del tempo, seguii con gli occhi il fiumiciattolo colorato fino alla sua sorgente. I toni del verde e dell’ocra si mischiavano insieme e si infuocavano sotto il mio sguardo diminuita la vicinanza alla fonte. Nel suo finire, il rigagnolo diventava zampilli di pittura più densa, e disegnava fuochi d’artificio tutt’intorno a ogni scroscio. Zoccoli di legno incuranti nuotavano nella piscina verde appena creata senza muoversi troppo. Ci fermai gli occhi sopra per qualche secondo prima di salire con lo sguardo. La suola era un vecchio olmo lavorato male, il contorno approssimato, la limatura imprecisa. Mentre la tomaia era di un tessuto lanoso che riscaldava anche me.

Continuai ad arrampicarmi con gli occhi su per le gambe. Un cappotto giallo. Di lana, pure quello, e più grande di almeno due taglie, lungo fino a sotto le ginocchia. Salendo, una distesa di capelli neri, lisci e lunghissimi. Lucidi come metallo e dritti come fili di cotone in trazione.

Ricomposi l’immagine facendo ancora su e giù con la testa. Il viso era coperto, s’intravedeva poco il naso, piccolo e abbronzato, fare capolino tra la cascata scura. Il resto era una curva astratta.

Se ne stava chinata, le ginocchia piegate, con in mano un secchiello bucherellato in metallo dal quale sgorgava in tutto il suo chiarore il fiume di vernice mista ad acqua che avevo seguito per tutto quel tempo.

Aspettai lì ancora qualche secondo, fino a che l’ultima goccia di colore ebbe raggiunto terra. Sembrava che il tempo si fosse fermato su quella scena. I rumori si erano acquietati di colpo e le voci dei commercianti si erano fatte blande senza un motivo preciso. Tutto, adesso, si concentrava su quel teatro di gesti estremamente lenti. Anche le sue mani, impegnate a tamburellare sul fondo del secchiello rovesciato per strappare a esso l’ultimo sorso di colore, sembravano muoversi in fotogrammi lentissimi.

In quell’elogio di lentezza, mentre tutto attorno aveva finito per ammutirsi, il suo corpo si appiattiva sullo sfondo di un portone scuro e massiccio, e ne occupava il punto centrale, sottolineando la simmetria dei battiporta antichi che le stavano ai lati.

Il tempo riprese a muoversi di lì a poco, gli zoccoli ticchettarono sul pavimento fino al portone e il cappotto giallo scomparve dietro lo stridere dell’imposta.

Senza che nessuno se ne accorgesse, il giorno riprese il suo corso normale. Mi recai a lavoro, e ci restai per nove ore, fino alla sera, quando il buio fitto e la nebbia mi avvolsero fino al tepore dell’entrata di casa.

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